Il lino e il cotone, i preziosi pizzi e ricami del corredo delle nonne sono la materia prima di An co ra, il brand  di Angela Carosone che crea capi di abbigliamento genderless dove il passato si declina in uno stile poeticamente contemporaneo

di Paola Baronio

Cose belle che succedono nel mondo della moda. Come l’affermazione, durante Pitti uomo, di An co ra, un brand upcycling che nasce dalla riflessione sul consumo di acqua, l’uso di pesticidi e la distruzione della dignità del lavoro che bisogna accettare per la produzione di fast-fashion a basso costo. Recuperando biancheria per la casa dai bauli delle nonne tra Puglia, Molise e Abruzzo, An co ra crea abbigliamento in lino e cotone: pezzi unici, Made in Italy e no gender che trasformano l’abito in poesia.

An co ra è un progetto che nasce dalla creatività di Angela Carosone, una designer che dopo una carriera nel fashion system dove ha lavorato con ruoli di responsabilità nei settori commerciale e del marketing, viaggiando tra Bologna, Milano e Malaga, a un certo punto ha impresso un cambio alla sua vita. Dal 2010 Angela si è trasferita in Abruzzo, nella cittadina di Vasto. Lontano dalla pazza folla ma vicina al suo cuore, alla sua mente, al mare. L’intervista che le abbiamo fatto, pochi giorni dopo l’esposizione a Pitti, dove è stata segnalata trai marchi emergenti, parte proprio da qui: dal mare. 

“Vivo qui a Vasto dal 2010 e ci vivo molto bene si racconta Angela –. La vista del mare mi dà gioia e il contesto di una città di mare mi è di grande ispirazione. Rispetto alla città qui si utilizza un abbigliamento diverso, più leggero e fresco, adatto alla vita all’aria aperta e a giornate che possono iniziare in spiaggia e finire con una cena. I tessuti che recupero, in cotone e lino di vario peso, si prestano benissimo a questi stili di vita. E anche questa è una peculiarità della mia collezione”.

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Un completo di An co ra realizzato con una tovaglia all’uncinetto

An co ra cosa significa e come si pronuncia? Ancòra o àncora?
È un’ambiguità che ho cercato, mi piaceva dare questo doppio senso al nome del mio progetto. Si può pronunciare ancòra come il richiamo a un passato che ritorna, e pure àncora, come un ancoraggio alle tradizioni del passato, una stabilità che garantisce il passaggio al futuro. Il mio è un progetto di recupero in senso ampio. Per la produzione dei capi utilizzo i corredi e le stoffe delle nonne per dare loro una nuova forma. Anche i bottoni sono di recupero, solo il filo per la confezione e le etichette realizzate con semplice fettucce di cotone sono nuovi. Ho abbattuto al 98 per cento l’acquisto di materie prime e ne sono molto soddisfatta perché io faccio tutto da sola”.

I tessuti che utilizzi sono in cotone e lino: quindi la tua è una collezione estiva o primaverile?
“I miei capi capi possono essere utilizzati in tutte le stagioni con delle sovrapposizioni, un po’ come succede per l’abbigliamento in Giappone dove ci sono stagioni troppo definite. Al Pitti per esempio ho indossato una camicia ricavata dal tessuto di un coprimaterasso che portavo sopra body di lana sottile”

Perché hai deciso a un certo punto di lasciare i tuoi incarichi nella moda?
“Ho lavorato per diverse aziende in ambito moda e, come tutti sappiamo, lavorare nel fashion system richiede un impegno totalizzante che lascia solo delle briciole alla vita privata e personale. L’ambiente era tossico e io mi sentivo molto logorata. Per una scelta legata alla mia vita personale, mi sono trasferita qui, in provincia. Il cambio è stato molto positivo e mi ha dato l’energia per un nuovo inizio. Ho ricominciato a lavorare nel settore a modo mio, alle mie condizioni. Creo un prodotto che mi rispetta, realizzato con un’etica precisa, attraverso un lavoro impegnativo ma lo faccio alle mie condizioni”.

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Lo spazio di An co ra a Pitti FW 2024

Come si è sviluppato il progetto di An co ra?
“Trasferendomi a Vasto ho continuato a portare avanti la mia passione per il vintage. Giravo tanto per mercatini che qui sono numerosi. 13 anni fa il vintage non godeva della popolarità di adesso e scovavo capi pazzeschi. Inizialmente ho creato un archivio e da lì ho cominciato a produrre capi ucycling, principalmente capi spalla che per anni ho promosso su piattaforme online. Grazie al corso di Out of Fashion nel 2020 ho iniziato a ragionare sull’utilizzo di cose alle quali non avevo mai pensato. Ogni lezione mi ha portato qualcosa che ha contribuito alla realizzazione del progetto. Nei mercatini tra Abruzzo e Molise trovavo una grande quantità di corredi ricamati. Un’estetica che in realtà si discostava molto da me che non sono particolarmente amante dei pizzi e dei merletti ma la bellezza dei ricami fatti a mano era talmente preziosa da farmi ricordare i capi di Antonio Marras con il quale ho lavorato per tanti anni. Ho iniziato a recuperarli e a sperimentare cosa potessi fare. I primi esemplari realizzati sono stati i colletti poi via via giacche, camicie, abiti e anche pantaloni. L’obiettivo era la proposta di collezione che fosse definita come un prodotto vero e proprio. Ho aspettato di realizzare un numero congruo di pezzi da esporre alla fiera Wake Up di Parma lo scorso anno. Dopo un riscontro del pubblico sinceamente molto confortante, mi sono sentita pronta per sviluppare la collezione. Mi sono avvalsa della collaborazione di Farma 282, un collettivo di professionisti che si definisce come  un anello di congiunzione tra i piccoli brand e il mercato della moda per tutte le fasi di sviluppo e promozione della collezione. Ho puntato all’edizione invernale di Pitti che è dedicata all’uomo con l’azzardo di una collezione estiva e quasi tutta dedicata alla donna per la  Sezione Vintage Hub Circular Fashion ed ha funzionato! Il prodotto è piaciuto molto e quindi ora sto rispondendo alle richieste dei buyer, soprattutto dal mercato giapponese e americano. Sto portando anche avanti la produzione e la ricerca e cerco di stare dietro agli ordini, sia dei negozi che i miei personali. Devo organizzare una serie d’eventi per raggiungere delle località in Italia dove mi hanno chiesto di fare dei pop up”.

Come avviene la progettazione della tua collezione?
“An co ra è fatta tutta di pezzi unici. La mia produzione quindi non si può definire una collezione ma una quantità corposa di pezzi tutti unici perché ricavati da pezzi unici di tessuto. Rispetto al metodi classico di progettazione io non parto dal design e dal modello, ma dal materiale, spesso da un tessuto appartenente a un corredo: è la stoffa e la sua lavorazione, la presenza o meno del ricamo che decide il modello. Realizzo capi spalla ma anche completi e abiti. Applico uno studio sulle forme, i miei capi sono comodi e adattabili a un ampio range di taglie, da una 40 a una 48. Personalmente nella mia esistenza sono passata attraverso diverse taglie e i capi che ho utilizzato di più sono quelli che hanno vestito le diverse fasi della mia vita, nei quali sono stata bene. Mi piaceva realizzare un capo che fosse continuativo e che di adattasse anche ai nostri corpi che cambiano”. 

Questa collezione ti rappresenta tantissimo: An co ra sei tu e credo che questo sia un elemento altamente distintivo.
“Sì, grazie! Ammetto con molta prudenza che sto avendo conferme di questo. Il riscontro che ho avuto a Pitti dai buyer. La mia per tutte le caratteristiche di cui abbiamo detto è un’offerta di nicchia ma ho trovato attenzione e rispondenza. Mi è servito anche per individuare una nuova direzione”.

Tanto lavoro! Fai tutto da sola?
“Sì. Mi promuovo anche sui social, soprattutto su Instagram che è una vetrina molto efficace. L’unico passaggio che non faccio personalmente è la cucitura. In questo mi avvalgo di Luisa, una sarta esperta che cuce i capi tagliati su mio disegno. Spero di potere aprire un laboratorio più grande di quello dove abbiamo operato finora e dove lei possa formare anche altre ragazze”.

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Angela e An co ra: un momento dello shooting

Hai tracciato un bel percorso che incarna tanti dei valoro della sostenibilità: il recupero, l’artigianalità, il legame con il territorio, l’inclusione, l’empowerment femminile: complimenti! Nel tuo profilo Instagram vedo anche una chiara indicazione genderless
“Assolutamente sì e ne vado fiera! Quasi tutti i capi sono genderless come i colli all’uncinetto, la camicia. Mi piaceva dare quest’immagine forte e ringrazio i ragazzi che mi hanno aiutata con il primo shooting e che hanno visivamente evidenziato questa mia intenzione”.

Il futuro di An co ra?
“Sto portando avanti la produzione e la ricerca e cerco di stare dietro agli ordini, sia dei negozi che i miei personali. E’ imminente la partenza del sito con l’e-commerce e sto cercando un locale più grande dove, oltre allo spazio di prova e vendita possa collocare il laboratorio. È un passo importante e impegnativo. Pensarci mi fa tremare le gambe, ma è un brivido di felicità”.

 

Paola Baronio è una giornalista professionista con una lunga esperienza nell’editoria e nell’informazione online. Da 10 anni si è specializzata sui temi della moda etica. È tra gli autori di Fashion Change, il libro sulla moda consapevole e sostenibile edito da Connecting Cultures e tra i docenti della Masterclass di Out of Fashion dedicata alla Comunicazione. Nel 2014 ha aperto il blog di lifestyle lamiacameraconvista.com