Non più relegato alle frontiere e ai viaggi internazionali, attraverso la tecnologia blockchain il concetto di “passaporto” ora si estende al settore tessile certificando una produzione tracciabile e una comunicazione trasparente. Sarà introdotto in Europa nel 2030, quindi prestissimo. Ma aziende e consumatori sono pronti? 

di Dalia Benefatto

Introdotto dal re inglese Enrico V nel 1400 per consentire ai sudditi di dimostrare la propria identità nei viaggi al di fuori dei patri confini, il passaporto è diventato nei secoli il documento di riconoscimento più diffuso, in un mondo sempre più caratterizzato da viaggi, scambi, commerci. La necessità di un controllo, un tempo riservata solo agli esseri umani, si è estesa anche alle merci, in gran parte risultato di logiche produttive che, in un contesto di globalizzazione, rendono difficile, se non a volte impossibile, valutarne provenienza, qualità e destinazione.

Per rimanere in ambito moda, nel settore tessile e abbigliamento sono lontani i tempi nei quali la provenienza di un manufatto era garanzia di qualità in una catena di fornitura localizzata, gestibile e controllabile. Nello scenario contemporaneo, i paesi che giocano un ruolo importante nell’industria dell’esportazione di indumenti appartengono a tutti i continenti: Cina, Germania, Bangladesh, Vietnam, India, Italia, solo per citarne alcuni. La delocalizzazione dei siti produttivi, avvenuta in tempi sempre più serrati in un clima di assenza di controllo sull’impatto ambientale e sul rispetto delle condizioni e dei contratti dei lavoratori, ha portato a una crisi di sistema che è oggetto di una grande osservazione e revisione da parte della Comunità Europea. 

Nell’ambito del Green Deal europeo, il piano d’azione per l’economia circolare del 2020 prevede lo sviluppo di “misure di progettazione ecocompatibile per garantire che i prodotti tessili siano adatti alla circolarità” e “la selezione, il riutilizzo e il riciclaggio dei tessili attraverso l’innovazione, incoraggiando applicazioni industriali e metodi normativi”.

Pertanto, nell’ambito delle misure previste dal nuovo regolamento sulla progettazione ecocompatibile di prodotti sostenibili – un insieme di 30 regole adottato il 30 marzo 2022 che mira a rendere tutti i prodotti all’interno del mercato unico durevoli e riparabili – la Commissione introdurrà un passaporto digitale dei prodotti per il tessile basato su obblighi di informazione sulla circolarità e altri aspetti ambientali fondamentali. Un documento che  permette tramite codice QR di tracciare il percorso di ogni prodotto, dalla sua creazione al cliente finale, per garantire trasparenza e tracciabilità.

Tra le funzioni chiave del passaporto digitale l’inclusione di una lista dei materiali e dei prodotti chimici usati, informazioni su riparabilità, durabilità e due diligence (sociale e ambientale) e collegamenti a fonti di dati esterne come Life cycle assessment, certificazioni, ecc. Devono quindi essere fissati standard condivisi sui prodotti e sulle informazioni relative ai materiali utilizzati per supportare lo sviluppo del passaporto del prodotto. Altrettanto importante la regolamentazione sull’etichettatura del paese di origine – non ancora legalmente richiesta nell’ Unione Europea – e che è fondamentale per stabilire i requisiti obbligatori per l’etichettatura del “Made in”.

Oltre a fissare i requisiti sulla provenienza e i processi di produzione, il regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR Document 52022DC0140) costituisce un punto di riferimento riguardo le informazioni sulla sostenibilità ambientale dei prodotti che, a seconda della tipologia, possono fornire indicazioni su consumo di energia, materiali riciclati, presenza di sostanze problematiche, durabilità, riparabilità e riciclabilità. I passaporti digitali dei prodotti costituiranno la norma per tutti i prodotti regolamentati dall’ESPR, consentendo di etichettare, identificare e collegare in una rete telematica i prodotti a dati rilevanti per la loro circolarità e sostenibilità. 

Il Digital Product Passport sarà obbligatorio dal 2030 e interesserà subito i prodotti elettrici, i prodotti tessili e di arredamento facenti parte del mercato unico.

L’obiettivo del passaporto digitale è l’attivazione di un modello di business virtuoso, dove le materie prime utilizzate possono essere rimesse in circolo per vivere una seconda, terza o addirittura quarta vita, trasformandosi in un altro indumento o diventando risorsa in un contesto diverso.

Va da sè che tale cambiamento di gestione delle risorse porti a una nuova relazione con il cliente finale mettendolo in condizione di fare scelte informate per ridurre l’impatto ambientale nell’acquisto di manufatti tessili e di favorirne il riciclo. 

Ciò impegna i marchi verso il raggiungimento e il mantenimento di standard ecologici elevati ma offre anche alle aziende l’opportunità di una comunicazione trasparente e coinvolgente capace di creare legami relazionali con il cliente e una fidelizzazione basata sulla condivisione di contenuti valoriali e con la promozione di pratiche virtuose come il recupero, la riparazione e il riciclo degli articoli acquistati.

Se il percorso verso un’economia circolare rappresenta una sfida impegnativa sia a livello normativo sia a livello imprenditoriale e richiede dei tempi tecnici – peraltro abbastanza stretti – per attuarsi, il mercato sembra già pronto ad accogliere la novità del passaporto digitale e le novità tecnologiche ad esso connesse. 

Recentemente l’Università Sant’Anna di Pisa ha diffuso i risultati di un sondaggio rivolto ai clienti finali in ambito tessile sulla comprensione dell’economia circolare nella moda, sull’innovazione e sulla funzione del codice QR nella prospettiva dell’utilizzo del passaporto digitale.

È stato confortante riscontrare che:

il 75% degli intervistati è consapevole del quantitativo di rifiuti generato dal fast fashion system, ed è convinto che il riciclo sia una possibile soluzione per limitare l’enorme spreco di risorse; l’ 80% concorda sul valore delle gestione del fine vita degli indumenti in modo appropriato e responsabile; il 75% crede nell’importanza di indossare capi di abbigliamento più a lungo, scegliendo prodotti durevoli o dandogli una nuova funzione una volta dismessi.
Dal sondaggio sono state rilevate anche due motivazioni che inibiscono l’acquisto di capi sostenibili: i prezzi più alti dei prodotti green e il timore di rischi sanitari e igienici legati all’acquisto di prodotti di seconda mano.

Per quanto riguarda invece il contributo della tecnologia, circa il 50% degli intervistati dichiara di sentirsi più garantito quando il prodotto acquistato è corredato da informazioni condivise, una percentuale che sale al 60% se tali informazioni sono validate/certificate da una terza parte

Il codice QR e la blockchain (un registro digitale condiviso e immutabile costituito da una serie di “blocchi” contenenti informazioni, concatenati tra loro attraverso complessi algoritmi crittografici, che rendono praticamente impossibile alterare i dati senza alterare l’intera catena) sono recepiti quindi dai consumatori come elementi abilitanti verso la promozione di comportamenti circolari, garantendo informazioni utili e affidabili sugli  acquisti.

La grande sfida per le aziende,  in questi anni di avviamento verso  la transizione ecologica e un’economia sostenibile,  è quello di mantenersi aggiornate sulle ultime normative Europee, attivando un monitoraggio costante sulla mappatura di tutta la catena di fornitura e una comunicazione trasparente sulle attività di implementazione della sostenibilità aziendale.

Non sarà un processo facile né scontato: i brand dovranno raccogliere e fornire informazioni sulla longevità del prodotto ideato, dei materiali utilizzati, ottenere dai fornitori i dati dell’impatto ambientale generato dalla loro produzione, le componenti e le modalità del packaging  etc etc.  A loro volta i fornitori dovranno condividere informazioni sulle fonti energetiche utilizzate, i consumi, l’acqua impiegata, le emissioni e gestione dei rifiuti, informazioni sulle materie prime. 

Insomma, la costruzione di una filiera sostenibile e la trasparenza della sua comunicazione attraverso il passaporto digitale rappresentano un percorso impegnativo. E non privo di criticità, come le modalità di accesso ai diversi livelli di informazioni, la natura dei dati condivisi e la protezione della proprietà intellettuale, già segnalate da rappresentanti della politica e delle aziende e al vaglio dalla Commissione europea.

Tuttavia il passaporto digitale rappresenta il lasciapassare di un viaggio al quale tutti settori produttivi-  e in particolare quello della moda che rappresentiamo e amiamo – non possono sottrarsi. Un viaggio da percorrere insieme, condividendo decisioni, scelte e obiettivi. Che poi diventano uno solo: dare un futuro alla moda, al nostro lavoro, al nostro pianeta.

Fondatrice di DEVALIA, Dalia Benefatto è esperta in comunicazione di filiera, tracciabilità e soluzioni di trasparenza con validazione da parte di terzi.
Con un background in chimica tintoriale, lavora nel settore tessile e della moda da più di 20 anni e fornisce consulenza ad aziende e marchi sull’innovazione responsabile, in collaborazione con istituzioni scientifiche.
Benefatto è tra le docenti del Corso di Alta Formazione della moda sostenibile Out of Fashion. La sua lezione è al’interno del secondo modulo del corso 2023-24 LA SOSTENIBILITÀ COME PROCESSO: I MATERIALI, LA CHIMICA E LA PRODUZIONE in programma il 15 e 16 dicembre 2023.